La frusta di Draghi sulle banche

Il tasso di riferimento della Banca centrale europea resterà “a lungo” ai minimi storici, allo 0,5 per cento, ha detto ieri il presidente Mario Draghi. Denaro a buon mercato e senza rischio di inflazione, una notizia attesa ma comunque positiva, tanto che Piazza Affari ha chiuso a più 2 per cento. A sostenere l’ottimismo delle Borse c’è anche la convinzione che la Fed non alzerà troppo presto il pedale dall’acceleratore del Quantitative easing, o allentamento monetario (l’indice S&P 500 della Borsa statunitense ha sfondato per la prima volta quota 1.700).
18 AGO 20
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Il tasso di riferimento della Banca centrale europea resterà “a lungo” ai minimi storici, allo 0,5 per cento, ha detto ieri il presidente Mario Draghi. Denaro a buon mercato e senza rischio di inflazione, una notizia attesa ma comunque positiva, tanto che Piazza Affari ha chiuso a più 2 per cento. A sostenere l’ottimismo delle Borse c’è anche la convinzione che la Fed non alzerà troppo presto il pedale dall’acceleratore del Quantitative easing, o allentamento monetario (l’indice S&P 500 della Borsa statunitense ha sfondato per la prima volta quota 1.700). Draghi però non ha mancato di soffermarsi sulla condizione critica dell’erogazione del credito del nostro continente. Un fattore che potrebbe continuare a frenare la ripresa.
Draghi, parlando ieri da Francoforte, ha detto anche che ci sono lavori in corso perché in autunno sia presentata una proposta per rendere “più ricca” la comunicazione esterna della Bce. Negli scorsi giorni alcuni colleghi dell’ex governatore di Bankitalia avevano parlato della possibilità di pubblicare le minute delle riunioni, sullo stile della Fed americana, con resoconto della discussione e dei voti espressi dai banchieri centrali.
“La nostra posizione di politica monetaria – ha detto Draghi – dà sostegno a una ripresa graduale dell’attività economica nella parte restante dell’anno e nel 2014”. Restano “i rischi al ribasso”, e soprattutto la nota negativa è quella che riguarda il fronte del credito: “Sappiamo che l’andamento del credito all’economia si muove in ritardo rispetto all’economia reale. Prevediamo un miglioramento ma con un certo ritardo rispetto a quello congiunturale”. Il problema, ha lasciato intendere il presidente della Bce, è che se i prestiti alle imprese, soprattutto piccole e medie, continueranno a calare, come avviene ancora adesso su base annua, “ciò potrebbe far deragliare la ripresa – hanno scritto gli analisti di Barclays in una nota – quando una ripresa degli investimenti richiedesse fonti di finanziamento esterne, dato che nella maggior parte degli stati membri le società non finanziarie restano altamente indebitate”.
Il “credit crunch”, però, non è più soltanto un problema di “domanda”, dovuto cioè a imprese e individui che si rivolgono sempre meno alle banche per colpa della crisi. La questione è anche di “offerta”: in Italia, soprattutto, aumentano le voci di analisti, politici e parti sociali che chiedono alle banche di tornare a mettersi sul mercato del credito alle imprese. Tuttavia le nostre banche, secondo molti analisti, sono troppo deboli per tornare a prestare. Sia perché non hanno capitale sufficiente, sia perché hanno un problema crescente sul fronte delle cosiddette “sofferenze”: infatti le esposizioni verso controparti in stato di insolvenza, cioè crediti concessi a imprese e persone che certamente non potranno restituirli nella loro interezza, sono arrivate a quota 136 miliardi. Le soluzioni per superare questa fase di stallo, in linea teorica, non mancherebbero, ma tra queste figurano anche soluzioni finora considerate “choc” come l’ingresso più massiccio di capitali esteri nell’azionariato degli istituti, o la costituzione di una “bad bank” per ripulire i bilanci, o magari la contemporanea richiesta di capitali europei come avvenuto in Spagna (ma oggi a quali condizioni sarebbe possibile?) per rafforzarsi. L’economista Tito Boeri, su Repubblica di due giorni fa, è tornato poi a invocare “una maggiore patrimonializzazione delle nostre imprese”, in altre parole una netta emancipazione dalle banche cui restano troppo legate, sviluppando “fonti di finanziamento alternative al canale bancario”. Vaste programme.
Per ora la Banca d’Italia, come dimostra l’analisi dei prestiti deteriorati condotta da Palazzo Koch su 20 banche nazionali cui fa capo il 40 per cento del totale dei crediti deteriorati del sistema e resa nota in questi giorni, sta spingendo per un percorso più graduale ma il cui esito non è scontato. La nostra Banca centrale infatti ha chiesto ripetutamente agli istituti del paese di aumentare gli accantonamenti dovuti a fronte delle rispettive sofferenze. Questa rafforzata “moral suasion”, plausibilmente auspicata dalla stessa Bce di Draghi che l’anno prossimo diverrà responsabile della Vigilanza sui gruppi principali e che quindi vorrebbe trovarsi a gestire una situazione meno problematica possibile, ha già i suoi effetti: basti dire che dopo l’indagine della Banca d’Italia, gli accantonamenti nelle sole banche analizzate sono aumentati di 3,4 miliardi di euro rispetto ai 7,4 miliardi già previsti per il 2012. Questo processo, però, intacca gli stessi bilanci delle banche, spingendole ancora una volta sulla strada obbligata della ricapitalizzazione. Insomma, il rischio di circolo vizioso non è da escludere. Mentre l’economia reale rimane boccheggiante.
Qualcuno, infine, potrebbe pensare che restare immobile sia sufficiente. Sperare cioè che, una volta passata del tutto la tempesta nell’economia e nella finanza mondiale, la situazione torni a stabilizzarsi, le sofferenze bancarie inizino a diluirsi un po’ e gli istituti tornino a fare utili. Difficile che vada così, considerate le parole nient’affatto ottimistiche di Draghi sullo status quo.